A SUO MODO MONUMENTALE

di Roberto Borghi

Percorsi, l’opera che Angelo Caruso ha installato nell’Anfiteatro della Martesana mi ha fatto riflettere sul significato che normalmente attribuiamo all’aggettivo monumentale. Di solito questo termine viene adoperato come sinonimo di grandioso, imponente, ma non senza una sfumatura di disappunto.

A suscitare contrarietà è il sostantivo dal quale scaturisce l’aggettivo: monumento, insomma, è una parola che evoca un oggetto retorico e ingombrante. I monumenti di cui si è riempita l’Italia tra l’epilogo del Risorgimento e la fine della cosiddetta Prima Repubblica grondano di enfasi e spesso di falsità, perché sono strumenti di un culto della patria roboante, più declamato che sentito, di cui oggi facciamo volentieri a meno.

Al netto di ciò, la parola in sé ha qualcosa di positivo, e persino di coinvolgente, celato nella sua etimologia. La derivazione dal verbo latino monere evoca un senso di memoria e insieme di ammonimento, di incitamento, una tensione allo stesso tempo verso un passato da ricordare e un futuro da costruire. E più precisamente una tensione che non esiterei a chiamare civile.

Proviamo a leggere l’opera creata da Angelo Caruso alla luce di queste considerazioni.

La sua estensione è tutto sommato consistente ma nient’affatto monumentale: in un certo senso, anzi, la  dislocazione ampia e pervasiva, ma lineare e sottile (comune ad altre installazioni realizzate dall’artista, quasi fosse un tratto distintivo del suo modo di agire), la rende vasta e antimonumentale, nel senso che non ha proprio nulla di imponente né di solenne, semmai mette in risalto la possibilità di creare alla grande anche servendosi di elementi minuti e attinti dalla quotidianità.

Detto questo, proviamo a recuperare l’accezione originaria del termine. Non c’è, forse, al fondo di questa opera, un monito, una richiesta di non dimenticare e allo stesso tempo, e in conseguenza di ciò, un invito a costruire?

Il suo bello è che questa natura etimologicamente monumentale convive con qualcosa che sta all’opposto di quello su cui si reggono i cippi, le piramidi, ma anche i rari monumenti riusciti dei quali siamo a conoscenza: il rimando preciso, dettagliato, esplicito a un dato storico.

In Percorsi non c’è nulla di esplicito, ma proprio sulla trasmissione implicita eppure eloquente, forse addirittura inequivocabile, di una situazione, di un frangente storico, e di un monito riguardo a questo frangente, si fonda la sua efficacia monumentale.